Il “femminicidio” che fa comodo alla propaganda

di Francesco Lamendola

Titolo originale  – E’ SOLO UNA QUESTIONE MORALE

Per anni, per decenni, per secoli, almeno a partire dall’illuminismo, ma in realtà ancor prima, la virtù è stata derisa, è stata svillaneggiata, e le persone che la praticano sono state ridotte al livello di macchiette, descritte come buffe, o sciocche, o bigotte, e trasformate in materia conica: per i romanzieri, per i poetastri, per i philosphes alla Diderot, per i predicatori dell’antimorale come Sade, per i celebratori della perversione come Sacher-Masoch, per i pornografi come Alberto Moravia; e poi per i fotografi “artistici”, per i registi cinematografici, per i programmatori televisivi, e naturalmente per i cantanti e gli autori di canzonette.

Gli stilisti di moda, poi, questa mala razza sorta appunto per glorificare il vizio, hanno dato un altro contributo importantissimo, decisivo: a partire dagli anni ’60 del Novecento, sono riusciti a imputtanire le brave ragazze, le signore della porta accanto, le madri di famiglia e perfino le puerpere, a trasformarle in bambole sexy, specializzate nell’arte di attizzare le più basse brame del maschiosalvo poi levare altissime strida per la commercializzazione del corpo femminile, e invocare leggi draconiane per punire con la massima severità il maschio violento e stupratore di verginelle indifese.

Contemporaneamente, è partita una formidabile campagna per criminalizzare il maschio in quanto tale: si è inventato un crimine ad hoc, particolarmente odioso e nefando, il femminicidio, come se gli uomini che uccidono le donne lo facessero perché odiano le donne e non, semplicemente, perché odiano quella certa donna, così come vi sono donne che odiano, fino a volerlo morto, un certo uomo, o che odiano una certa collega, o rivale, o amica, o parente, o che odiano il loro stesso figlio, e arrivano anche ad ammazzarlo: il che non significa che tutte donne le tutte e le madri, in quanto tali, siano potenziali assassine dei loro figli. 

La criminalizzazione del maschio procede di pari passo con la sua castrazione psicologica: fin da bambino, insegnano al maschietto che appartiene a una strana e pericolosa razza di cattivi soggetti, e ad avere sospetto e disgusto di se stesso, a voler diventare diverso da quel che è, per non finire come quegli altri, quegli orchi che uccidono le donne. Inutile aggiungere che, imboccando questa strada, si è impressa una fortissima accelerazione al processo di omosessualizzazione della società: se il maschio deve vergognarsi di esser virile, tanto vale che si faccia simile alla donna, così sarà socialmente accettato e tutti saranno più contenti di lui: sarà diventato una persona mite e inoffensiva, una persona con cui nessuna donna avrà paura di uscire la sera, perché non farebbe del male a una mosca (tralasciando il piccolo dettaglio che una donna, la sera, da un uomo così, non avrà mai nulla da sperare oltre che da temere).

E così si è inferto il colpo mortale alla famiglia, alla riproduzione, alla speranza nel futuro della nostra società. Meglio non fare figli, meglio che l’uomo  e la donna riducano i contatti reciproci al minino indispensabile. Meglio che le donne amino le donne e gli uomini amino gli uomini. Ora c’è perfino la neochiesa che guarda tutto ciò con tenerezza, con simpatia, con amore; e ci sono fior di cardinali e di vescovi i quali, sulle orme di Umberto Veronesi, che definiva l’amore gay come l’amore perfetto, perché totalmente disinteressato, sembrano particolarmente comprensivi verso questo andazzo. Forse perché consentirebbe loro di chiudere il cerchio e rientrare in pareggio di bilancio: se ai preti è consentito far l’amore coi maschi, forse cesserà la crisi delle vocazioni; non dovranno più andarsene, inseguendo il desiderio di sposare una donna; potranno restare; e la neochiesa, come una mamma indulgente, chiuderà un occhio, e anche tutti e due, su quel che fanno sotto le lenzuola, magari coi seminaristi o coi ragazzini dei campi scout. Del resto, lo sta già facendo.

Questa crisi, abbiamo detto, parte da lontano. È dalla metà del 1300 che gli scrittori prendono a bersaglio la virtù ed esaltano il vizio. Giovanni Boccacio, col Decameron, ha dato una spinta determinante in questo senso; e anche se è vero, verissimo, che il suo libro è stato sfruttato in senso deteriore, e che, per certi aspetti, esso è migliore delle idee che diffonde, resta innegabile che ha contribuito ad abbassare il senso morale delle classi dominanti più di una invasione di barbari, e, di riflesso, anche quello della restante popolazione. Se si va all’inferno per aver resistito all’amore (novella di Nastagio degli Onesti), ciò significa che il vero peccato è resistere agli istinti, reprimerli, negare al corpo le gioie dei sensi: è precisamene la “lezione” che i cosiddetto intellettuali stanno impartendo al popolo da più di sei secoli. E a forza d’insistere, ci sono riusciti. Oggi Maria Goretti, onorata e ammirata dai cattolici fino a qualche decennio fa, è diventata una santa imbarazzante: meglio non nominarla, nella neochiosa dei Coccopalmerio e dei Ricca, dei McCarrick e dei Paglia.

Che direbbe Maria Goretti se entrasse nel duomo d Terni per dire una preghiera, e vedesse l’affresco del pittore sodomita Cinalli, che esalta la sodomia e che osa raffigurare  Cristo, i cui genitali s’intravedono, per la gioia dell’osservatore dagli istinti anormali, che si porta in Cielo i peccatori, con degli angeli dai ceffi che paiono quelli dei diavoli, benché tutti costoro non mostrino il benché minimo segno di contrizione o di pentimento? E che direbbe vedendo che l’eccellente vescovo Paglia si è fatto fare il ritratto in mezzo a quelle anime scellerate, con un sorrisetto compiaciuto, come se si trovasse nel luogo più bello del mondo, in mezzo alla sua compagnia preferita?

Che direbbe Maria Goretti, una eroica bambina che, prima di morire di una morte dolorosa, volle informarsi della sorte del suo aggressore e mandargli parole di perdono, lei che aveva preferito farsi accoltellare piuttosto che assecondare le voglie di quel ragazzo? E dopo Boccaccio, è venuto Aretino; e dopo Aretino, Diderot; e dopo Diderot, Sade; e dopo Sade, Baudelaire; e dopo Baudelaire, Wilde; e dopo Wilde, Miller; e dopo Miller, il diluvio: gli scrittori hanno fatto a gara per gettarsi sui più bassi istinti dell’uomo e guadagnarsi un posticino da cui poter raffigurare l’adulterio, la pederastia, l’incesto, lo stupro, il sadismo, il bestialismo, la necrofilia e ogni sorta di perversioni. Il baccanale delle passioni disordinate, degli istinti al potere, è venuto nel XX secolo, ma era stato preparato da lungo tempo.

Sul piano intellettuale, era stato giustificato anticipatamente dal liberalismo, la filosofia che insegna che tutto ruota intorno al singolo individuo e ai suoi diritti, primo fra tutti il diritto alla felicità, e che la società, lo Stato, qualsiasi forma di organizzazione servono solo a garantire i suoi bisogni e i suoi desideri. Sul piano estetico, il decadentismo ha alzato il coperchio di un altro pentolone ribollente e mefitico, proclamando che il diritto al piacere viene prima di ogni altra cosa, e che ciascuno è padrone d’inseguire le proprie emozioni, di cercare in ogni modo la soddisfazione dei più segreti impulsi.

La psicanalisi, intanto, proclamava che noi siano tutti dei mostri in potenza, dei mostri che vorrebbero, se potessero, assassinare il padre e stuprare la madre; e che se non lo facciamo, ed è meglio che non lo facciamo, è solo perché bisogna stare dentro i binari della civiltà: ma che insomma tutto questo ha un prezzo, il sacrificio degli istinti genera la nevrosi, quindi l’uomo moderno è condannato a dover scegliere se essere un criminale e andare in galera, oppure un povero nevrastenico, un complessato, uno schizofrenico, e andare a farsi curare da loro, guarda caso, cioè dagli psicanalisti.

Poco dopo altri volonterosi intellettuali progressisti hanno insegnato che la pazzia non esiste,  è un’invenzione della società borghese per tenere sotto controllo il proletariato, per mettere a tacere le voci scomode, le voci dissonanti. Infine i rivoluzionari duri e puri hanno predicato che i vizi, il male, vengono dall’ingiusto assetto sociale e che, una volta ripristinata la giustizia, magari sul modello di Stalin o di Mao, anche i delitti spariranno.

È la stessa logica con la quale i radicali son riusciti a far passare sia la legge sul divorzio, sia quella sull’aborto, e da decenni si battono per far passare anche quella sulla libertà di drogarsi: una volta che una di queste pratiche sia stata liberalizzata, un po’ alla volta diminuirà e, alla fine sparirà del tutto. Non ci saranno, per esempio, più aborti, né ci saranno più eroinomani, se non qualche caso sporadico, qualche eccezione che resiste sempre alla regola. E il bello è che queste superbe idiozie sono state credute, sono stare accettate, sono state messe in atto da un popolo ridotto a gregge, ridotto a massa di consumatori da mungere, di elettori da manipolare e di contribuenti da spremere: nonostante l’evidente illogicità dell’enunciato, milioni di persone si sono fatte convincere e hanno detto sì al divorzio, sì all’aborto, e ora vogliono dire sì alla droga, e sì all’eutanasia, e sì all’utero in affitto, e sì alla pederastia (quest’ultimo traguardo non ancora in maniera esplicita, ma è il prossimo punto in agenda dei signori libertari e libertini a un tanto il chilo, che stanno sovvertendo letteralmente la morale di una intera civiltà, rovesciandola come un guanto), sicché nel giro di una o due generazioni è diventato lecito, bello e giusto quel che prima era orribile, impuro e nefando, e, al contrario, è diventato brutto, meschino, gretto quel che prima era lodato come generoso, nobile e sublime. Sì: de Sade sarebbe contento. Forse e neppure lui, nei suoi deliri criminali alla Bastiglia, nelle sue mostruose distopie a base di sacrilegi, incesti, stupri e sodomizzazioni seriali, sarebbe riuscito a immaginare un così completo, schiacciante trionfo delle sue “teorie”, della sua proposta di vita: fare dell’esistenza umana un porcaio quotidiano, una sozzura di cui si vergognerebbero perfino le bestie.

Il cattolicesimo, ormai è perfino una ovvietà, è stato accusato di aver represso gli istinti, di aver negato le gioie del mondo, di essersi chiuso alla dolcezza della vita terrena, instillando negli animi un senso di colpa ossessivo, una vera e propria nevrosi del peccato. Ma il cattolicesimo conosceva bene la reale natura degli esseri umani, e realisticamente predicava una morale sulla misura degli uomini e delle donne reali, non degli uomini e delle donne immaginari, come hanno fatto i vari Rousseau. La morale cattolica si fonda sul fatto che la natura umana è condizionata dalle conseguenze del Peccato originale, cioè dalla concupiscenza, che la inclina piuttosto al male che al bene, benché gli uomini vedano che il male è male, e il bene è bene.

Ma la morale libertina della setta mondialista oggi al potere in quasi tutto il modo ha sovvertito le categorie del bene e del male, ha trasformato il male in bene e il bene in male, sicché oggi gli uomini sono autorizzati e perfino spronati a fare il male, con la convinzione di assecondare i propri istinti naturali e perciò di realizzare legittimamente se stessi. Portarsi a letto la nuora, la suocera, la cognata, la migliore amica della moglie: ebbene, cosa c’è che non va? Sono istinti naturali, sono bisogni del corpo: perché negarli? Perché reprimerli? Sarebbe ipocrisia, insincerità e mancanza di coraggio. E così, di passo in passo, siamo giunti all’apologia delle più sconce figure e dei più aberranti modelli di vita. Qualcuno ha pensato bene di portare a modello un certo Mario Mieli, un signore il quale teorizzava il diritto degli adulti di far l’amore coi bambini; e si potrebbero fare numerosi esempi di questo tipo. Ed è ormai normale che il ministro delle pari opportunità finanzi iniziative di gruppi omosessualisti, i quali utilizzano quel denaro per propagandare le loro idee e per diffondere il loro verbo negli asili e nelle scuole elementari; così come sta diventando normale che la sanità pubblica delle varie regioni si stia dotando di strutture in grado di soddisfare una nuova legittima esigenza dell’utenza: quella di cambiare sesso, naturalmente a spese del contribuente.

Ormai è normale che situazioni pubbliche, ad esempio le università statali, diano il loro patrocinio, cioè il loro avallo morale e il loro sostegno materiale, ad eventi “culturali” come le sfilate dei Gay Pride. E che dire del Vaticano che impresta, anzi affitta, i paramenti dei papi degli ultimi due secoli, perché attori e modelle sboccate, seminude, e oltretutto sataniste, possano sfilare, indossandoli, in una blasfema parodia della liturgia cattolica? E che dire di un cardinale, il responsabile per gli istituti religiosi nel mondo, il quale consiglia alle donne cattoliche che scelgono di farsi suore, una visita psichiatrica preliminare; e che sostiene, in un pubblico documento, che la verginità non è affatto necessaria per entrare a far parte dell’ordine delle Vergini consacrate a Gesù Cristo? La pazzia è diventata la regola e la morale è stata non solo calpestata, ma totalmente sovvertita.

Chi semina vento raccoglie tempesta, dice il proverbio; e l’Europa sta seminando vento da circa sette secoli, in materia sessuale e, più in generale, in materia morale. Che c’entra la morale con la politica, chiede Machiavelli? Che c’entra la morale con la scienza, chiede Darwin? Che c’entra la morale con l’uomo?, dice Freud.  Va finire che il migliore di tutti era proprio colui che predicava la trasvalutazione dei valori, Nietzsche: il quale, a suo modo, aveva una visione spirituale della vita…

http://www.accademianuovaitalia.it/

Del 09 Dicembre 2018

 

 

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