L’uomo non si vuol più bene

di Francesco Lamendola

Non ci si lasci ingannare dalle apparenze, dalle statistiche relative alla frequentazione di palestre e saloni di bellezza o al fatturato in continuo aumento nel settore dei cosmetici, dei profumi, eccetera: la verità è che non ci vogliamo bene.

Crediamo di volercene, ma non ce ne vogliamo; e la prova è data dal fatto che ce ne vogliamo nel modo sbagliato: talmente sbagliato che chiunque, dall’esterno, potrebbe capire facilmente quale sia il nostro vero problema, l’incapacità di amarci.

Siamo pieni di tensione e di sensi di colpa: tensione per il continuo “shock da futuro” cui il folle ritmo del cambiamento sociale, culturale e tecnologico ci sottopone incessantemente; sensi di colpa per il disamore verso noi stessi, malamente camuffato da narcisismo, che, inesorabilmente, si traduce in disamore, disattenzione e crudeltà verso gli altri.

Siamo come delle bombe ad orologeria pronte ad esplodere: ciò che accade, in un certo senso, quando “improvvisamente” (ma solo per l’occhio inesperto) cadiamo vittime della depressione; perché la depressione è, in sostanza, rabbia, e il destinatario di tutta questa rabbia siamo – ancora e sempre – noi stessi.

Fatale circolo vizioso: non ci vogliamo bene, quindi ci sentiamo in colpa; ci sentiamo in colpa, quindi diventiamo aggressivi contro noi stessi. Ci odiamo, perché ci vorremmo amare: ma, non essendo capaci di amarci, preferiamo continuare ad odiarci. Anche quella è una forma di piacere, dopotutto: l’odio; e sia pure un basso piacere per persone le quali, dal punto di vista spirituale, si rotolano molto, ma molto in basso.

Questo è il frutto avvelenato della modernità.

Anche la strapotenza della tecnica, la sua folle corsa, la sua circolarità e la sua totale assenza di scopi, di progettualità, di controllo, altro non sono che l’ultima forma assunta dalla nostra incapacità di volerci bene, di accettarci, di perdonarci.

L’uomo moderno non si vuole più bene perché è stressato e perché si sente in colpa; non solo: perché sente di aver tradito la parte migliore e più profonda di se stesso: la tensione verso l’Assoluto, avendo egli reciso il legame fondamentale con l’Essere.

Da quando l’uomo ha deciso di bastare a se medesimo, di essere solo una scimmia un po’ evoluta, di potersi fare il Dio di se stesso, ha incominciato a perdere il proprio equilibrio spirituale, a ondeggiare pericolosamente sull’orlo della pazzia: il misconoscimento della propria struttura ontologica lo ha mandato fuori centro, lo ha alienato da se stesso e, alla lettera, lo sta facendo impazzire.

L’uomo moderno è un pazzo che, seguitando a costruire i suoi mulini satanici, si illude di uscire, per mezzo della tecnologia, dal vicolo cieco nel quale è andato a cacciarsi: ed è il peggior nemico di se stesso, perché sa cosa gli manca, ma non vuole far nulla per riconquistarlo; non lo vuole fare perché non si vuole più bene.

Due pensatori fra loro così diversi come Oswald Spengler ed Ernst Jünger, partendo da premesse differenti erano giunti alla medesima conclusione: ormai all’uomo faustiano non restano da sfruttare che gli ultimi squarci di luce nel tramonto, prima che scendano le tenebre: è il tempo della quantità, del ferro e dell’acciaio, degli imperi e dei titani.

E dopo quest’ultimo, fosco trionfo del sogno faustiano della potenza e del dominio, verrà la Nemesi: e sarà la fine dell’Occidente.

La via della guarigione dell’uomo faustiano passa per il riconoscimento della vera essenza della natura umana e del vero scopo dell’esistenza terrena, capovolgendo la concezione oggi dominante e rivendicando la necessità vitale, per l’anima, di attingere alla propria fonte perenne: l’Essere da cui proviene e a cui aspira a ritornare.

L’uomo moderno, sviato e sedotto da cento e cento cose accessorie e dimentico di ciò che, invece, è essenziale, si affanna ad inseguire una impossibile felicità, che egli crede spettargli per diritto e che è, invece – semmai – il premio che la vita concede a quanti si impegnano seriamente per conseguire la propria maturazione spirituale, anche a prezzo di inevitabili sacrifici.

L’idea che lo scopo dell’esistenza sia la ricerca della felicità, in se stessa erronea ed esiziale, non può che ritardare il processo di maturazione spirituale e creare infinite occasioni di confusione, di conflitto, di frustrazione e di angoscia: mali dei quali, il più delle volte, si ignora la vera origine e che si cerca di “combattere”, affidandosi a una casta specializzata di stregoni della mente, invece di sforzarsi di leggerli e interpretarli.

Prendiamo il caso dell’aborto.

Nel mondo moderno, tutto pervaso dalla cultura dei diritti (primo fra tutti, appunto, il diritto alla felicità), si è smarrita la gravità di un gesto come la soppressione volontaria ed egoistica di una vita umana che, pure, è stata concepita e, quindi, in qualche modo, invitata a partecipare al piano dell’esistenza materiale.

Checché ne dicano i cultori di una concezione rozzamente materialista, l’atto del concepimento equivale ad un invito affinché un’anima umana incominci la propria avventura nel mondo fisico; e, pertanto, la soppressione violenta di quella potenzialità corrisponde ad un radicale rifiuto di essa, ad un rinnegamento irresponsabile di tale chiamata e di tale promessa.

Non bisogna poi stupirsi se quei genitori, e specialmente quelle madri mancate, cadono vittime di svariati malesseri, di disturbi apparentemente inspiegabili, di frequenti sofferenze fisiche e psichiche; anche se la cultura dominante e le stesse leggi dello Stato dichiarano perfettamente lecito l’atto compiuto contro quella vita incipiente, l’anima, al fondo di se stessa, si sente atrocemente in colpa per tale azione ed è straziata dal rimorso, pur se non riconosciuto come tale.

Si potrebbe anche spingere lo sguardo ancora più in là e ipotizzare che l’anima del nascituro, vedendosi bruscamente ricacciata indietro e privata, con la violenza, del necessario supporto alla propria esistenza materiale, nutra rancore e desiderio di vendetta nei confronti dei genitori e specialmente della madre, che ha voluto o tollerato una cosa simile all’interno del proprio corpo, in base alla filosofia primitiva secondo cui ogni madre è libera di disporre non solo di sé, ma anche della vita che in lei sta muovendo i primi passi.

Quel rancore e quel desiderio di vendetta possono così trasformarsi in una forza reale che colpisce quei genitori, non tanto per punirli, quanto per costringerli a ripensare la decisione da essi presa e per avviare in loro il necessario processo di consapevolezza e, quindi, di pentimento e di redenzione, senza il quale non ritroveranno la pace.

Ma come redimersi da un gesto così radicale e, apparentemente, definitivo e irrimediabile, quale l’aborto volontario?

La risposta si può trovare nella riflessione – e qui il discorso esce dall’ambito della problematica specifica e investe il destino generale dell’anima umana – che nessuna colpa è veramente irrimediabile né, quindi, inespiabile, a patto che si abbia il coraggio di riconoscerla e che si possieda, oltre alla volontà di cambiare, anche quella di perdonarsi.

Una colpa non ammessa neppure con se stessi, magari perché camuffata con l’esercizio di un supposto diritto, è una colpa che non ci si potrà mai perdonare; col risultato che essa provocherà una infezione, una cancrena in tutta l’anima, una metastasi che, più o meno lentamente, finirà per distruggere quest’ultima.

Nessuno potrà mai perdonarci, nemmeno Dio, se noi per primi non ne siamo capaci; e non ne saremo mai capaci, fino a quando continueremo a volerci ingannare, negando di averla commessa e, anzi, rivendicando con orgoglio le cattive azioni compiute.

Ma come imparare a perdonarsi, se, nel fondo più segreto di se stessi, non ci si vuole bene, ci si vuole anzi punire senza fine e senza remissione?

Come ci si può perdonare, se la colpa di cui ci si è macchiati sembra, umanamente parlando, irreparabile?

Occorre distinguere, a questo punto, fra riparazione e redenzione.

La riparazione è sempre possibile, per quanto imperfetta possa apparire: ad esempio, nel caso della donna che ha voluto abortire senza reale necessità, adottando un bambino orfano e crescendolo con tutta la sollecitudine e con tutto l’amore che erano stati negati all’altro, quello che era stato chiamato e poi respinto.

La redenzione, a sua volta, si articola su due livelli: trascendente e immanente.

La redenzione che viene dall’alto è, anch’essa, sempre possibile, purché sia preparata dal pentimento e dalla volontà di risarcire, nell’ambito del possibile, il male commesso; o, almeno, di compiere un bene ad esso inversamente proporzionale.

Ma la redenzione che ci viene attraverso il nostro stesso perdono, quella dipende da noi e soltanto da noi; noi soli, infatti, possiamo perdonarci: ma solo dopo aver riconosciuto pienamente le nostre responsabilità e non certo fino a quando tentiamo di scrollarcele di dosso, magari nascondendoci dietro degli alibi formalistici.

Quindi, in ultima analisi, si ritorna sempre al punto di partenza: o si impara a perdonarsi, oppure ci si condanna all’inferno con le proprie mani; perché una vita senza prospettive di redenzione è, alla lettera, l’inferno.

Dunque, l’uomo moderno è arrivato ad un bivio e deve fare una scelta: o proseguire sulla strada del proprio potenziamento materiale illimitato, chiudendosi, al tempo stesso, ad ogni prospettiva di trascendenza; oppure riconoscere lo sbaglio compiuto e ritrovare, insieme al senso della misura, anche il senso del limite, aprendosi così alla trascendenza.

La prima strada è una strada suicida, che porta infallibilmente all’autodistruzione e i cui frutti avvelenati già sono fin troppo evidenti, ad esempio in termini di catastrofe ambientale, ma anche di folle e criminale ingegneria genetica.

Ed è inevitabile che sia così: perché il potenziamento illimitato della sfera materiale, unito a una radicale negazione della dimensione trascendente, provoca necessariamente un corto circuito tra le forze enormi che vengono suscitate e l’impossibilità di assorbirle e gestirle all’interno di un orizzonte puramente immanentistico.

Sarebbe come voler gettare sempre nuova paglia sul fuoco e pretendere che nemmeno una favilla si attacchi alle travi di legno, incendiandole; oppure come immettere sempre nuovi canali nelle acque di un fiume e immaginarsi che esso non debba mai superare gli argini.

Il finito non può accogliere il finito in misura illimitata: presto o tardi, giunge il momento della saturazione.

Solo l’infinito, o l’apertura verso l’infinito, potrebbero farlo: solo un tale movimento dello spirito è in grado di accogliere qualunque cosa; ma, quando lo si intraprende, ci si accorge che non si ha bisogno di QUALUNQUE COSA, ma solo di ciò che è essenziale.

L’aspetto più deleterio della modernità è proprio la martellante insistenza con cui si vorrebbe convincere gli esseri umani che essi hanno bisogno di infinite cose, quasi tutte materiali e tutte secondarie; mentre si trascura completamente l’unica cosa veramente essenziale: il ritorno a se stessi, nel silenzio e nella trasparenza dell’anima.

Nessun rumore esterno, per quanto seducente, potrà sostituire quel benedetto silenzio e nessun bene, per quanto appariscente, potrà fare le veci di quella perfetta trasparenza; né di altre cose ha bisogno l‘anima, una volta raggiunte quelle.

Il silenzio per ascoltare la voce del Maestro Interiore; la trasparenza per guardarsi dentro con occhio limpido e per imparare a volersi bene e a perdonarsi.

È tempo di scegliere.

Da una parte la via del “progresso”, del Logos strumentale e calcolante, del dominio sulle cose, della tecnica come ideale di potenza illimitata: la via dell’inferno; dall’altra, la via della redenzione.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 07/02/2011

http://www.accademianuovaitalia.it/

Del 06 Marzo 2018

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