Come si riconosce la vera autorità, da quella falsa e illegittima?

di Francesco Lamendola

L’autorità è necessaria: di questo sono convinte tutte le persone di buon senso, vale a dire tutte quelle che sono rimaste immuni, o che sono rinsavite, dall’ubriacatura ideologica della modernità, dall’illuminismo al ’68; quella, tanto per capirci, della libertà assoluta, cioè del proibito proibire. Nondimeno, c’è autorità e autorità; resta pertanto il problema di chiarire quale autorità sia credibile, legittima, necessaria, e quale non lo sia, cioè quale falsa autorità usurpi l’autorità vera. Non tutte le autorità sono credibili e non tutte sono legittime; ve ne sono di  bugiarde e contraffatte, come lo sono alcuni Stati moderni, anche e soprattutto di matrice liberaldemocratica; come lo è la neochiesa pseudo cattolica, in realtà modernista e quindi apostatica; e come lo è una “famiglia” che famiglia non è, ad esempio quella formata da due omosessuali che si sono procurati, per vie più o meno traverse, dei bambini da crescere come ”figli”.

Allora la domanda è: come si riconosce la vera autorità, l’autorità legittima e necessaria, da quella falsa e illegittima? Crediamo che il criterio fondamentale sia l’aderenza dell’autorità alla verità. Diciamo, pertanto, che la sola autorità credibile e legittima è quella che scaturisce dal rispetto della verità; è falsa e illegittima quella che contraddice o falsifica la verità. Naturalmente, a questo punto si alzeranno in piedi a protestare, indignati, tutti quelli – e sono legione – i quali, avendo fatto proprio il relativismo e il soggettivismo estremi che ci sono stati scodellati, per decenni, come verità rivelata – si noti la contraddizione intrinseca: la sola verità “autorizzata” è l’assenza di verità – non sono disposti neppure a sentir parlare della verità e tanto meno a costruire qualche cosa su di un tale fondamento. Ma come!, ci diranno quei signori, con l’aria di sufficienza, e quasi d’incredulità, dell’uomo civilizzato nei confronti di un naufrago che, rimasto su un’isola disabitata per un paio di decenni, si sia perso tutte le novità sopraggiunte nel mondo “civile”, non lo sapete che la verità è morta da un pezzo ? E che non c’è più nessuno tanto ignorante o tanto presuntuoso da pronunciare ancora quella parola, retaggio di altre epoche e di altri sistemi di pensiero? Ora viviamo nel migliore dei mondi possibili, quello fluido, liquido e anche gassoso, dove niente è certo fino a domani, e dove ciascuno ha il diritto – il diritto garantito per legge, come il diritto alla vita, alla libertà e alla proprietà – di avere per sé la propria verità, senza che alcuno possa insidiargliela e senza che alcuno abbia l’audacia di sottoporla a verifica; così come nessuno si sognerebbe di sottoporre a verifica l’ossigeno che ciascun essere umano respira, e senza il quale non potrebbe neppure sopravvivere.

Ahimè, pur sapendo benissimo di fare la figura del naufrago con la barba lunga e vestito di stracci in mezzo a persone istruite e raffinate, persone che sono abituate a leggere il giornale e ad ascoltare la radio tutti i giorni, non siamo disposti a cedere di un millimetro su questo punto, pena, a voler essere coerenti, dover abbandonare non solo qualsiasi pretesa di fare filosofia, ma anche la pretesa di fare alcun discorso su qualsiasi soggetto, o di non saper motivare neanche la più piccola azione: la verità esiste, eccome; e il fatto che non sia sempre facile determinarla non significa affatto avere motivi sufficienti per metterne in dubbio l’esistenza. Non più di quanto la difficoltà di trovare in giro una persona veramente onesta ci autorizzi a mettere in dubbio l’esistenza dell‘onestà; o la difficoltà d’incontrare un uomo veramente buono ci autorizzi a negare che la bontà esiste.

Si racconta che san Tommaso d’Aquino, il più grande filosofo del Medioevo e uno dei più grandi pensatori di tutti i tempi, entrando un  giorno nell’aula ove si apprestava a tenere la sua lezione, abbia posto sul tavolo una mela e abbia detto agli studenti: Questa è una mela. Chi non è d’accordo può uscire da questa stanza. Quale grande lezione di realismo, di logica e di coerenza, e anche di umiltà intellettuale, egli diede, quel giorno, pronunciando quelle due semplicissime frasi: Questa è una mela. Chi non è d’accordo può uscire da questa stanza. E come avrebbero fatto bene, e farebbero bene ancor oggi, tutti i professori di filosofia, a pronunciarle a loro volta, ripetendole spesso, magari ogni mattina, entrando in classe, magari con la stessa insistenza con cui Catone il Censore in Senato concludeva ogni discorso, sulle più disparate questioni, dicendo invariabilmente: Ceterum censeo Carthaginem esse delendam. Perché, a volte, le cose più ovvie sono proprio quelle che dovrebbero essere rammentate più spesso, agli altri ed anche a se medesimi: e questa è una di quelle. Una mela è una mela; semplice, vero? Non è una pera, non è una banana; e non è neppure un bicchiere, o un apriscatole, o un libro: non è nessuna di queste cose, ma sempre e solo una mela. Potrà succedere che, se le condizioni d’illuminazione sono incerte, io non riesca a capire, da una certa distanza, di che cosa si tratta: ma sarà una incertezza del mio giudizio, che non muterà affatto la natura di quell’oggetto, la sua proprietà di essere una mela. Oppure, se sarà stata dimenticata sul tavolo per qualche settimana, potrà essersi ridotta ad un frutto rinsecchito, putrefatto, persino polverizzato: ma continuerà ad essere sempre e solo una mela – e sia pure una mela raggrinzita, disfatta, sbriciolata.

Naturalmente, ci sarebbero tantissime altre cose da dire su questo argomento, ma non è questa la sede adatta. Del resto, lo abbiamo sostenuto in una quantità di altre occasioni: la verità esiste, per cui le cose sono quelle che sono, e non altro da ciò che sono; verità e menzogna giacciono su due piani ontologici diversi: la verità è la corrispondenza fra le cose e il giudizio; la menzogna è una alterazione, più o meno grave, più o meno intenzionale, di quella corrispondenza. Ora, per tornare al nostro discorso, non esiste autorità legittima e credibile che non sia fondata sulla verità, vale a dire sulla corrispondenza fra le cose e il giudizio. Per fare un esempio semplicissimo, perfino banale, ma chiaro: se una madre dice alla sua bambina: Non prendere quella pentola con le mani, perché è bollente, ma quella non l’ascolta e si scotta le dita, risulterà evidente che la madre aveva detto a sua figlia la verità, e che la piccola avrebbe dovuto crederle: questo è un esempio di autorità legittima e credibile. La prossima volta quella bambina sa che le converrà dare ascolto alle raccomandazioni di sua mamma, avendo fatto l’esperienza che ella è solita dire il vero, e dirlo per il suo bene.

La stessa cosa vale per il medico che prescrive una certa cura al suo paziente; per il comandante della nave che ordina la rotta al nostromo; per la maestra che insegna l’addizione allo scolaro; per il prete che tiene l’omelia domenicale ai fedeli; per il giornale che informa dei fatti i suoi lettori; per il generale che guida l’esercito in guerra. Tutte queste persone possiedono un certo grado di autorità; ma esse la esercitano in modo legittimo e credibile se sono solite dire la verità e agire conformemente alla verità. E questo, è vero, non lo si può sapere in anticipo: bisogna verificarlo sul terreno pratico, purché se ne abbia sia la competenza, che la maturità.

D’altra parte, è ragionevole credere che, se quelle persone esercitano la rispettiva autorità, ciò accade perché qualcun altro, a suo tempo e luogo, le ha messe alla prova, le ha sottoposte a verifica: il medico, per diventare medico, ha dovuto studiare e sottoporsi a degli esami, e così il capitano navale, eccetera. Un marinaio potrebbe trovare sbagliata, o discutibile, la rotta decisa dal comandante: e tuttavia, prima di concludere che quel capitano è inaffidabile, dovrebbe anche essere certo che altre ragioni, di natura superiore, non lo abbiano indotto a scegliere proprio quella rotta, invece di quella normale: dovrebbe cioè possedere tutte le informazioni al riguardo, cosa che nessun capitano è tenuto a dimostrare, spiegando ogni volta ai membri del suo equipaggio le ragioni di ogni singola decisione. L’autorità, per essere funzionale, necessita di un certo grado di fiducia che la ponga al riparo dalla necessità di giustificare in continuazione le sue decisioni. Se dovesse accadere una cosa del genere, l’autorità sarebbe, di fatto, distrutta. Però abbiamo detto che l’autorità è necessaria per il funzionamento della via sociale, e lo si vede già dalla vita della società fondamentale, che è la famiglia: sono infatti disfunzionali quelle famiglie nelle quali non vi è, da parte dei genitori, alcun esercizio di autorità. Nello stesso tempo, l’autorità, per essere autorevole, deve poggiare sul solido fondamento della capacità e della coerenza di chi la esercita. Se il capitano della nave si presentasse in plancia ubriaco, anche per una sola volta, minerebbe irreparabilmente la propria credibilità, e la sua autorevolezza ne uscirebbe distrutta. I marinai devono essere certi, al di là di ogni possibile dubbio, che il  loro comandante è una persona capace, coerente e disinteressata, e che mai metterebbe in pericolo la nave per negligenza o incoscienza. La stessa cosa vale per l’educazione: genitori, insegnanti, sacerdoti devono essere irreprensibili, altrimenti non sono credibili.

A questo proposito ci paiono degne di interesse le considerazioni di un filosofo e teologo oggi completamente dimenticato, Jean Rimaud (Lione, 1889-ivi, 1972), collaboratore della rivista Études, in un aureo libro di pedagogia degli anni Quaranta del ‘900, che, se si può considerare, per taluni aspetti, superato, nel senso che risente di un ambiente sociale e di un clima culturale evidentemente assai diversi da quelli odierni, per altri aspetti, quelli cioè della visione educativa generale, e della sana impostazione del rapporto che lega il bambino e l’adolescente alla figura dell’educatore, non ci sembra affatto superato, ma, al contrario, meritevole  di essere letto e meditato da genitori, maestri, professori, sacerdoti e, in genere, da tutti gli adulti interessati, praticamente o teoricamente, alla crescita armoniosa delle più giovani generazioni (da: J. Rimaud, L’educazione, guida dello sviluppo giovanile; titolo originale:L’education, direction de la croissance, Paris, Aubier, Editions Montaigne, 1946; traduzione dal francese di Geremia Dalla Nora, Torino, S.E.I., 1961, pp. 41-42):

 […] Il fanciullo non è nelle mani degli educatori uno strumento di un’opera qualunque, ma è insieme il soggetto dell’educazione e l’opera da realizzare. Lo scopo dell’educazione infatti non è fare qualcosa all’educando, ma facendogli fare molte cose, farlo crescere, e attraverso questa crescita renderlo un uomo. Tutto ciò che abbiamo detto a proposito del rispetto dell’indole, del carattere, della vocazione, della coscienza, aiuterà a far comprendere che dipendendo moralmente dai suoi genitori, il fanciullo non è propriamente il loro subordinato nell’opera della propria educazione, nel senso che la sua attività sia diretta da loro, dal di fuori, in vista di un risultato da raggiungere. Qui conviene l’analisi di qualche esempio.

Il professore di latino non ha per missione di ottenere buone versioni di latino,  come se le versioni latine avessero in se stesse un valore per l’umanità, distino dal loro valore per gli allievi, come nel caso di un’automobile, di una raccolta, di una scoperta geografica, di una frontiera difesa: neppure sono da considerarsi quale mezzo per procacciare alla società i cittadini colti di cui ha bisogno. Lo scopo dell’esercizio di latino è di sostenere l’allievo nella sforzo di formazione dell’intelligenza.

Una mamma esige dal suo bambino la gentilezza nelle maniere e nel parlare; ella sa senza dubbio l’importanza della gentilezza, che rende umana e degna la vita in comune e soprattutto in famiglia; forse anche ritiene necessaria alla tradizione una certa gentilezza; ma non l’esige perché la consideri una qualità utile per se stessa alla società e alla famiglia, e per conseguenza al fanciullo, allo steso modo di una cosa: essa la considera un mezzo atto a rendere il fanciullo padrone di sé ed uno strumento capace di impartirgli esteriormente quella perfezione sensibile che è propria dell’uomo già interiormente sociale.

Questo direttore di collegio esige, – talvolta severamente, – una disciplina rigida, che è rispetto dei maestri, condizione di lavoro e onesta pubblicità per l’istituzione. Questa esigenza cesserebbe di essere educativa, se la disciplina dovesse servire principalmente ad assicurare il reclutamento del collegio, a mantenere una percentuale di promossi, a fornire un buon salario agli insegnanti. Una disciplina educa se ogni allievo cresce umanamente disciplinandosi, rispettando i propri compagni, lavorando lui e rispettando il lavoro altrui,  facendo caso alla fama del proprio collegio.

Questo scout infine, deve riparare la tenda della propria pattuglia: una tenda in buono stato è un oggetto utile alla propria pattuglia. I programmi di prova non sono stati tuttavia stabiliti per permettere al capo di  servirsi di uno scout svelto al fine di mantenere a minor spesa il materiale della truppa; ciò che conta per un vero capo, è che questo scout, imparando a servirsi delle proprie mani, pur con qualche rischio del materiale  diventi abile, cioè diventi un uomo libero.

 Quanto buon senso, quanta chiarezza in queste parole, in questi concetti. I non addetti ai lavori resterebbero alquanto stupiti se sapessero quale immenso spreco di tempo ed energia avviene ad esempio nella scuola italiana per la definizione degli obiettivi didattici, le riunioni di aggiornamento del personale docente, eccetera. Ma in questo mare di chiacchiere, ciò che viene spesso dimenticato è il vero obiettivo dell’educazione: formare uomini liberi, cioè capaci di agire e riconoscere il vero…

Del 05 Marzo 2018

http://www.accademianuovaitalia.it/

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