Il dio in cui, bontà nostra, possiamo ancora credere

di Francesco Lamendola  >> http://www.accademianuovaitalia.it/

Una delle funeste conseguenze della “svolta antropologica” in teologia, varata da Karl Rahner e dai suoi amici e sodali del Vaticano II, è stata la deformazione psicologica per cui molti cattolici, a partire da quegli anni, i primi anni ’60 del Novecento, hanno cominciato a pensare che non loro devono aprirsi al mistero di Dio, cercarlo umilmente, adorarlo e servirlo fedelmente, ma è Lui che deve adeguarsi alle loro aspettative, alle loro categorie, alle loro umane possibilità e prospettive: in un certo senso, sono gli uomini che decidono in quale dio sono disposti a credere, e che si sentono legittimati a rifiutare quel dio le cui pretese apparissero loro “eccessive”. In fondo, è una variante della mentalità consumista, estesa all’ambito del sacro e del divino: come si va al supermercato e si sceglie il prodotto che più soddisfa, il più economico, il più appetitoso, il più conveniente, così si va in chiesa per cercare quel dio (minuscolo) che risulta più confacente ai propri desideri e ai propri bisogni, o meglio, alle proprie “esigenze”: perché i bisogni sono qualcosa di reale, mentre le esigenze sono delle necessità artificiali, e quindi immaginarie, spacciate però come irrinunciabili. E come, al supermercato, o al centro commerciale, si sceglie sullo scaffale, in mezzo a tanti altri, il prodotto che appare più utile o più desiderabile, così si va in chiesa con la pretesa d’incontrarvi un dio di proprio gusto, che chiede poco, ma offre abbastanza da soddisfare una “spiritualità” banale e superficiale, in ultima analisi infantile e capricciosa, figlia del consumismo e non di un autentico bisogno dell’anima.

Non è casuale la coincidenza temporale con il ’68 studentesco: vogliamo tutto e lo vogliamo subito, scandivano i contestatori figli di papà; e i “nuovi” credenti condividevano, con essi, l’atteggiamento di fondo, sia pure non del tutto confessato ed esplicito: il mio dio è mio e quindi deve fare quel che va bene a me. Non, però, abbastanza sinceri con se stessi da riconoscere la propria pretesa per quel che è realmente, codesti cattolici “adulti” e “maturi”, ché tali si sono immediatamente auto-proclamati, hanno invocato, quale paravento del loro utilitarismo e del loro narcisismo, la foglia di fico dei “poveri”: dio è il dio dei poveri; essi amano i poveri (anche se non lo sono, sono quasi sempre figli di papà, proprio come gli studenti sessantottini); ergo, il dio dei poveri è il loro dio, e non lo è di quegli altri, i “ricchi”, gli egoisti, i “razzisti”, i “populisti”, gli “xenofobi”, insomma, tanto per capirci, quelli che, ai nostri dì, non sono disposti a regalare l’Italia e l’Europa ai migranti/invasori islamici convinti d’aver tutto il diritto di stabilirsi qui, come se fosse casa loro. E chi ha instillato in quei marocchini, nigeriani, senegalesi, congolesi, e chi sa che altro, una tale, balorda convinzione: al punto che appena arrivati, in qualità di presunti profughi, subito cominciano a spacciare, prostituirsi, rubare, rapinare, stuprare, picchiare e ammazzare; e che, scontenti di essere ospitati nelle ex caserme e nutriti con un menù troppo “monotono”, fanno le marce di protesta e gli scioperi della fame, convinti, convintissimi di aver diritto a soggiornare in case o in alberghi, e di poter scegliere il piatto del giorno, come al ristorante?

Chi ha instillato in loro tali assurde pretese, che fanno a pugni con il quadro di “guerra e fame” dal quale, come ci ripetono i media addomesticati di regime, essi sono fuggiti in preda alla “disperazione” (ma lasciando rigorosamente a casa, in balia di simili orrori, le loro mogli, i loro figli e i loro anziani genitori, come tanti Enea alla rovescia)? Chi, se non i cattolici “adulti” e “maturi”, i cattolici progressisti e di sinistra, tutti Vangelo ed uguaglianza giacobina? Chi, se non questi Paglia e Galantino, e questo (falso) papa Bergoglio, che ogni giorno, dal pulpito, compresa la santa Messa di Natale, ci rintronano gli orecchi col dovere cristiano di accogliere questi nostri “fratelli” che vengono da noi in cerca, dicono, di “pace”, come si evince, per esempio, dal fatto che uno di essi è andato a trovare la sua donna, ospite di un centro d’accoglienza, e l’ha sgozzata come un animale, per vendicarsi d’essere stato lasciato? Ma via, queste cose non dovremmo dirle; noi cattivi, noi ricchi ed egoisti, non siamo neanche degni di legare i sandali a questi martiri della libertà e della pace…

Dunque: per il cristiano moderno, la questione religiosa si riduce a un fatto di compatibilità con il modo di sentire, di pensare e di vivere dell’uomo moderno in quanto tale: egli è disposto a credere in un dio fatto secondo le sue aspettative, e si sente in diritto di rifiutare un dio che si permetta di chiedergli troppo: per esempio, che si permetta di chiedergli di rifiutare il peccato e di seguire la via della santificazione.

Con la scusa che dio è “amore”, che Dio è “misericordioso”, che dio capisce le nostre “fragilità”, alla fine ci si fabbrica un dio secondo la propria immagine: banale, permissivo, zuccheroso e inconsistente. Un dio che non serve a nulla e che non redime nessuno, se non altro perché non c’è nulla da redimere: se l’uomo avesse bisogno d’essere redento, vorrebbe dire che l’uomo è peccatore; ma il cattolico “adulto” si è liberato da questa ubbia, da questa nevrosi, da questo “senso di colpa”, non si sente peccatore, ergo ritiene di non esserlo. Quel che gli serve non è un dio che lo redima, ma un dio-cagnolino, che gli scodinzoli attorno festoso, o un dio-gattino che gli faccia le fusa in grembo: un dio tenero e dolce, che non dice mai di no, che non pretende sacrifici, che non pone limiti, che non vieta mai nulla, perché tutto quel che l’uomo moderno vuole è “legittimo”, in quanto scaturisce da bisogni “naturali” e da “normali” aspirazioni: compresi il divorzio, l’aborto, la sodomia, la pederastia, l’incesto e la libertà di drogarsi.

La neochiesa nasce da questa perversione del vero sentimento religioso da questo capovolgimento dei giusti termini del rapporto fra l’uomo e Dio. Facendo leva sul fatto che Gesù Cristo ha tanto insistito, giustamente, sul fatto che Dio va a cercare gli “ultimi”, le pecorelle smarrite, i membri del neoclero hanno proclamato che tutti i cattolici “adulti” sono gli ultimi e che, poverini, sono smarriti, feriti, eccetera (vedi l’ospedale da campo di bergogliana memoria), quindi hanno preteso di predicare un dio secondo il loro metro: un dio che accetta qualsiasi cosa  accondiscende a qualunque richiesta, compreso il peccato: si veda il capitolo ottavo della esortazioneAmoris laetitia, vera e propria inversione dell’autentico Vangelo di Gesù, dato che Gesù, alla donna adultera, non ha detto: Vai e segui il tuo cuore, ma ha detto: Vai e non peccare più. Dispiace che a questa deriva modernista e progressista si siano accodati anche settori della Chiesa che a lungo, anche negli anni successivi al Concilio, avevano conservato la piena fedeltà all’autentico Vangelo di Gesù; ne prendiamo atto con profonda malinconia. I padri dehoniani, per esempio, hanno conservato, e molti di essi senza dubbio conservano ancora, la fedeltà al vero Vangelo; da alcuni segnali, però, appare che una parte di essi si sta adeguando al nuovo andazzo, del quale non c’è proprio nulla di cui vantarsi. Prendiamo ad esempio ciò che ha scritto don Giuseppe Moretti sul periodico Presenza Cristiana, in un articolo significativamente intitolato C’è ancora posto per la fede, oggi? (Andria, Barletta, n. 2 di marzo/aprile 2017, pp. 45-46):

L’uomo moderno è il risultato di complesse esperienze che ancora pesano su di lui. Dopo la fiducia nel pensiero (filosofia) si è pressoché esaurita anche la fede nel progresso, alla luce delle tragiche realtà delle guerre e delle violenze ormai inarrestabili. La secolarizzazione ha investito gli ambiti tradizionali della religione creando smarrimento; il consumismo e il benessere, dopo una fiammata di entusiasmo, stanno lasciando una forte delusione; il pluralismo religioso che si sta affermando anche da noi rischia di relativizzare ogni utopia e ogni sicurezza di fede. L’uomo, anche l’uomo della strada, sente nostalgia di sicurezze profonde e torna a bussare alla porta dei valori spirituali. Se la risposta non sarà adeguata la delusione creerà una sofferenza ancora più grande.

Il cristianesimo con l’annuncio della ”incarnazione” ha profondamente cambiato i rapporti tra il mondo dell’uomo e il mondo di Dio: non c’è più separazione ma contiguità,  anzi profonda unione Dio è raggiungibile, si manifesta attraverso l’umanità di Cristo. C’è, a questo proposito, un passo estremamente illuminante del IV Vangelo: l’apostolo Filippo chiede a Gesù: “Signore, mostraci il Padre e ci basta!”. La risposta di Gesù non lascia dubbi: “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre”. (Gv 13,7-9). E in altra occasione aveva precisato: “Il Figlio da sé non può fare nulla se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa” (Gv 5,19).

Dopo l’Incarnazione, Dio ha un volto, una voce, dei gesti, dei sentimenti… visibili. Dio è visibile. Adesso sappiamo che cosa prova Dio di fronte al dolore di una vedova che ha perduto l’unico figlio (Lc 7,11), di un padre angosciato per gli attacchi “epilettici” che distruggono suo figlio (Mc 9,14-27) [ma non è solo epilettico, è anche indemoniato!], per il cieco che chiede la luce, per il lebbroso che invoca di essere liberato dalla condanna della sua terribile malattia, ma anche del pubblicano che, sulla spianata del tempio, si batte il petto chiedendo pietà a Dio (Lc 18,9-10), di una donna sorpresa di adulterio (Gv 8,1-11).

Anche il cuore di Dio non è più un pianeta lontanissimo ed estraneo al nostro. Il mondo affettivo di Cristo è un cielo nel quale si rispecchiano tutti i nostri sentimenti, tenerezza, gioia, meraviglia, ansia, indignazione, tristezza, paura… e perfino ira.

L’Incarnazione ci assicura così l’accoglienza, da parte di Dio, di tutto ciò che è umano. Il libro della “Genesi” parlava di un Dio che “scendeva a passeggiare nel giardino alla brezza del giorno” (Gen 3,8), ora, per l’Incarnazione è con noi per sempre. Dio fu confinato da noi nei cieli altissimi perché di là governasse il mondo.

È Gesù che si è permesso di chiamare Dio “papà” (“abba” in ebraico) e lo ha insegnato anche a noi. Ma quale tipo di “padre”? è il Dio di Gesù? Ripercorrendo le pagine dei Vangeli, attraverso le parole e i gesti di Gesù, potremmo concludere che è un “padre” che:

– SI INGINOCCHIA DAVANTI ALL’UOMO (Gv 13, 1-11);

– AMA GLI ULTIMI: i lebbrosi (Mc 1,40-42) …, le donne (Lc 8,1-3), i bambini (Lc 9,46-48), i pagani, i peccatori (…);

– MANGIA CON I PECCATORI. Su questo punto si scontra frontalmente con il modo di pensare della sua religione, che chiedeva un rifiuto totale nei confronti di chi aveva sbagliato.  (…);

– PREDILIGE GLI ESCLUSI: ciechi, zoppi, storpi… cui era vietata la partecipazione all’assemblea del popolo di Israele (…):

– AMA GRATUITAMENTE: non in base ai meriti, ma in base al suo cuore (…);

– STA SEMPRE DALLA PARTE DI CHI HA SBAGLIATO; la sua ira distrugge il peccato e non il peccatore

Ci dispiace dirlo, ma questo brano di prosa è letteralmente zeppo di enormità teologiche e dottrinali. È vero, verissimo che Dio si manifesta agli uomini nell’Incarnazione: ma l’Incarnazione è un Mistero, non una merce esposta in vetrina, sotto i riflettori: gli uomini ne possono vedere solo una parte. La parte che gli uomini possono vedere è l’umanità di Cristo; ma Cristo è vero uomo e anche vero Dio: e questa seconda parte, essi non la possono “vedere”, perché Dio nessuno lo vede. Quindi, andiamoci piano col dire che Dio è raggiungibile. Questo non è affatto vero; se fosse raggiungibile, l’uomo sarebbe suscettibile di auto-divinizzarsi: il che è gnosticismo, non cristianesimo. L’uomo può, semmai, partecipare alla vita divina, mediante i Sacramenti che gli donano lo stato di grazia: stato precario e provvisorio, in questa vita, persino per i Santi; stato definitivo solo per le anime del Paradiso.

Gli uomini non sono angeli, sono peccatori: se n’è scordato, don Moretti? E se sono peccatori, possono rivolgersi a Dio solo a patto di aborrire il peccato: certo non possono pretendere che Dio sia con loro, mentre restano sprofondati in esso. Questa è una pretesa blasfema, anche se il neoclero la sta pienamente avallando: vedi, di nuovo, il capitolo ottavo di Amoris laetitia, dove pare che Dio stesso non chieda altro, agli uomini, che di restare immersi nei loro peccati, se non son capaci di fare meglio. Ed è vero che Gesù risponde a Filippo: Chi ha visto me, ha visto il Padre: ma Gesù è la seconda Persona della Santissima Trinità, non un semplice uomo; pertanto, chi vede Lui non vede un semplice uomo. E se è vero che sfamare, dissetare, vestire il prossimo bisognoso, equivale ad aver fatto queste cose a Gesù (cfr. Mt 25, 40), si tratta di un linguaggio figurato, non letterale. Pertanto, Dio non è visibile. Gli esempi che fa l’Autore, per sostenere questa enormità, si riferiscono al Gesù uomo; ma ignorano che in Gesù vi è un immenso, abissale mistero. E quando, poi, egli afferma che l’Incarnazione ci assicura così l’accoglienza, da parte di Dio, di tutto ciò che è umano, dice un’altra enormità: se fosse vero, accoglierebbe anche il peccato. Qui si fa un uso strumentale e demagogico del concetto di accoglienza: proprio come fa il (falso) papa Bergoglio quando conciona, ogni santo dì, sui migranti che devono esser accolti. Gesù non accoglie tutto ciò che è umano, perché in tal caso sarebbe un maestro di naturalismo e non il Figlio di Dio, nostro Redentore e Salvatore apparso per distruggere le opere del diavolo (Prima lettera di Giovanni 3,8).

Del 05 Dicembre 2018

Allegato Pdf

Il Dio in cui possiamo ancora credere.pdf

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